Rassegna stampa – Il punto di Ugo Bertone (Borsa&Finanza) sulla trattativa AsRoma-Fioranelli
L’Opa rovente sotto il Cupolone
di Redazione – 20-06-2009
Quale autorità si accinge a sfidare un grande merger di fronte all’Antitrust? La Casa Bianca, come ai tempi dello spezzatino dell’At&t? Oppure la Commissione Ue, sulla scia dell’eredità di Mario Monti, spietato fustigatore di monopoli? No, sbagliato: è la Cina che ha annunciato la volontà di sfidare il cartello del ferro, materia prima essenziale per l’acciaio, Bhp-Rio Tinto che assieme controllano il 75 per cento dell’import di Pechino. Insomma, il mondo va alla rovescia: l’economia di un Paese che riconosce l’egemonia del partito unico chiede aiuto ai giudici di Sidney e Londra, terre del libero mercato, per sfuggire a un cartello.
Non è l’unico paradosso di un pianeta che vive una realtà complessa e fluida, in attesa che la rivoluzione di Obama ridia poteri ed autorità agli sceriffi delle regole. La settimana prossima, in Louisiana, un giudice digiuno di conoscenze della Sharia islamica dovrà pronunciarsi sui diritti dei sottoscrittori di East Cameron Partners, una oil company, mentre un suo collega inglese sarà chiamato a decidere sulla sorte di Dar Investment, proprietaria dell’Aston Martin. Entrambe hanno raccolto soldi con i sukuk, i fondi islamici, poi sono finiti in default. Qui sorge un problema: i sottoscrittori vantano un’obbligazione oppure, in ossequio alla religione che ripudia gli interessi in quanto usura, vanno trattati da azionisti? Nel dubbio, le sottoscrizioni dei bond islamici sono precipitati sotto i 10 miliardi contro i 50 del 2008: va bene essere devoti, ma non fessi.
Per restare in area Bric, i solenni colloqui di Yekaterinenburg non hanno sbloccato i negoziati tra Cina e Russia sul gas. Gazprom, a un passo dal collasso dopo aver sottoscritto contratti-capestro con le repubbliche del Centro Asia per sostenere le mire neo-imperiali di Putin, è costretta a tagliare gli investimenti: quelli di Bovanenkovo, rivolti verso l’Europa, ma soprattutto lo sviluppo di Kovytka, rivolto verso Oriente, così come il gasdotto Russia-Cina. Pechino, che ha staccato senza batter ciglio un assegno da 10 miliardi di dollari a Lula per finanziare le ricerche di Petrobras davanti Rio, non ha alcuna intenzione di garantire un prezzo politico al Cremlino che, terrorizzato, rifa i conti: con gli attuali prelievi fiscali sulle compagnie, i nuovi pozzi rischiano di essere redditizi solo con quotazioni oil di 150-160 dollari.
Guai a chi cerca una chiave di lettura ideologica in cui inquadrare gli avvenimenti. Chi l’avrebbe detto che, pur di evitare la bancarotta di Opel, la Germania si sarebbe affidata a un signore, Frank Stronach di Magna Steyr, costretto nel marzo 2009, tre mesi fa, a rifugiarsi nel chapter 11 per evitare il collasso della Magna Entertainment, colosso dell’ippica e degli ippodromi Usa con 5.300 dipendenti. Tra un mese o poco più, anche l’Italia potrebbe dare il contributo al mondo dei paradossi: dopo tante false partenze, è arrivato a Mediobanca il mandato di vendita del pacchetto di controllo della Roma calcio, 51% Italpetroli al 49% di Unicredit, che vanta 300 milioni di crediti garantiti in pratica solo dai giallorossi. Chi rileverà il controllo? L’offerta dell’agente Fifa Vinicio Fioranelli è sul tavolo, il titolo s’impenna. Ma la corsa, forse, è appena iniziata: i bene informati non escludono che possa scendere in campo il cavallo di razza Mansour Bin Zayed Al Nabyan, sceicco di Abu Dhabi, azionista di controllo del Manchester City, già pretendente al cartellino di Kakà. A gestire gli affari di Mansour e dei suoi quattro fratelli è il califfo Kaldoon, che amministra il fondo Mubadala, proprietario del 5% di Ferrari (venduto da Mediobanca), di una quota di Piaggio Aeronatica e di una jv con Poltrona Frau. Mica vorrà comprare la Roma? «Non scherziamo – rispondeva a gennaio Khaldoon a uno speranzoso Alessandro Plateroti de Il Sole 24 Ore – queste sono decisioni dello Sceicco e al momento non c’è nessun piano per acquistare la Roma o altre squadre». Ma da gennaio tanta acqua è passata sotto i ponti del Tevere. E vuoi mettere che effetto fa uno sceicco dalle parti del Cupolone…
Intanto, esaurita la ricostituzione delle scorte che ha fatto gridare al miracolo, il bollettino della crisi torna a farsi drammatico: gli ordini al manufacturing latitano, la disoccupazione sale verso la doppia cifra; Moody’s annuncia il downgrading delle banche nostrane. Sarà di nuovo Orso in Borsa? Meglio parlare di correzione. Facile che la nuova onda crisi, se confermata, si tradurrà in nuovi ribassi sui tassi, a vantaggio dei titoli azionari. Facile, altresì, che i quattrini raccolti con l’imminente scudo fiscale prendano la strada dei bond o dei Bric piuttosto che di Piazza Affari. Corrado Passera, che se ne intende, lancia una piccola provocazione: sta a vedere che di questo passo presto, tra imprese in ritirata e quattini in arrivo, si parlerà, almeno per Intesa, di excess capital non di aumenti di capitale urgenti.
Si naviga a vista un po’ ovunque. Figuratevi in quel gran casino (letterale, non figurato, a giudicare dal dibattito politico) che è il Bel Paese: l’inchiesta di Bari che, comunque, rivela che non fa male ad un imprenditore aver per vicino di casa al mare un presidente del Consiglio; quella di Bologna aperta dalle rivelazioni della ex di Flavio Delbono, prediletto di Romano Prodi, c’insegna che i banchi del consiglio regionale possono essere più galeotti di un night club. Intanto, l’eredità dell’Avvocato Agnelli, si trascina tra uno scoop e l’altro: pagamenti di parcelle off shore a Singapore, fondazioni in Liechtenstein e così via. Per molto meno in Germania il presidente della Deutsche Post ha levato il disturbo. Salvatore Ligresti, a margine dell’assemblea Fonsai dice che «Bernheim è stato un ottimo presidente». È un indizio del benservito per il prossimo aprile? Certo è che il patto tra Agricole e il Leone sulla quota Intesa ha innescato un tale effetto domino che qualcuno dovrà pur pagare il conto. Cresce così l’influenza di Angelo Benessia, presidente della Compagnia di San Paolo cosa che non fa piacere ad Enrico Salza, primo bersaglio di un’eventuale cancellazione del duale. Cesare Geronzi, che il duale l’ha già cancellato, tace. Chissà, forse pensa alla Roma.Ugo Bertone, uno dei giornalisti storici specializzati in tematiche di Borsa, fa una lettura della trattativa As Roma-Fioranelli, ancora in corso. Riprendiamo l’intero editoriale uscito questa settimana su "Borsa&Finanza".
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